Il mio 11 settembre, impossibile da dimenticare
Ricordo molto bene cosa facevo 5 anni fa, più o meno a quest’ora.
Ero esattamente dove sono adesso: in redazione, alla mia scrivania. Appena rientrato dalla pausa pranzo. Mi arriva una telefonata da un collaboratore.
“Hai visto che botto?“, chiede.
E io: “No, non ancora… sono appena tornato. Che è successo?“.
“Accendi la TV“, mi dice, senza aggiungere nulla.
Peggy, mia moglie (che ancora non lo era, ci saremmo sposati pochi mesi dopo) era negli Stati Uniti, nella sua Chicago, dove si era fermata perché aveva trovato un lavoro temporaneo. Sapevo che quella mattina si sarebbe recata al lavoro, in un ufficio in pieno centro. Più tardi, nel pomeriggio, lessi che anche alcuni edifici nell’area downtown di Chicago erano stati fatti sgomberare. Provai subito a telefonare: verso gli Stati Uniti non c’era linea.
Fu solo dopo molte ore che finalmente riuscii a mettermi in contatto con sua sorella, che mi rassicurò sul fatto che lei stava bene.
Mentre scrivo mi tornano alla memoria le sensazioni che provai quel giorno di 5 anni fa. Ansia, apprensione. E terrore, lo ammetto. Per tutto quello che vidi, e per tutto ciò che quell’evento significava in quel momento.
Il giorno dopo, su Gomarche, scrivevo questo editoriale. Luca in un post oggi ricorda di come quella data possa idealmente essere ricordata come il vero “debutto mediatico” dei blog.
