Una melodia per Oriana Fallaci
Sto leggendo, ovunque, la notizia. La Fallaci per me, così lontano da lei per età e formazione, è sempre stata un personaggio austero, monolitico, inarrivabile. Come i suoi libri, rilegati e brossurati come il Codice Civile o Guerra e Pace.
Mi ricordo che da bambino, nella piccola biblioteca di casa, guardavo con riverenza e soggezione alle prime edizioni di “Intervista con la storia” e di “Lettera a un bambino mai nato”, e mi chiedevo, timoroso, se un giorno sarei mai riuscito a leggere un libro con tutte quelle pagine.
Questa veste editoriale ritorna anche per l’ultima Trilogia. Rizzoli ha insistito nuovamente nel voler dare al suo lavoro un aspetto da pesante tomo universitario.
In realtà, la sua è una scrittura molto lucida e potente, al di là del messaggio ideologico e politico.
Poco fa, in un thread di commenti che si è aperto sotto questo articolo sul Barbiere, ho letto il bellissimo racconto di una giornalista fiorentina che intervistò molti anni fa la Fallaci. C’è riportato un aneddoto che, finalmente, mi regala un’immagine intensa e spirituale di questa donna, lontana dallo stereotipo nel quale l’avevo rinchiusa: “Non ero d’accordo con lei su nulla…ma stamani sono triste. Ricordo un incontro, un’intervista di tanti anni fa […] lei già mostro sacro, io giovane -allora -cronista preoccupata di doversi confrontare e forse scontrare con un personaggio così impegnativo […]. A salvare la situazione è stato il mio accento fiorentino, impercettibile per tutti salvo che per una concittadina: abbiamo finito col parlare della “nostra” città, alla fine mi ha abbracciata e mi ha detto che al suo funerale avrebbe voluto far suonare “Greensleeves”, una malinconica melodia irlandese. Chissà se era vero, chissà se oggi qualcuno se lo ricorda. Io stamani, nella mia mente, l’ho cantata per lei. Addio, Oriana, che tu possa trovare pace.”
Anche io amo questa canzone, che si dice sia stata composta da Re Enrico VIII d’Inghilterra per la sua amante e futura consorte Anna Bolena. Questo brano popolare è stato rivisitato da moltissimi interpreti, tra cui Enya, Marianne Faithfull, Jethro Tull e Neil Young. Io però lo conosco nella struggente versione di Loreena Mckennitt, nell’album “The visit“.
Come scrive qualcuno più sotto, sempre tra i commenti all’articolo, “E’ una musica che tocca il cuore. E’ una musica che dona pace.”
Hai scelto bene, Oriana.
